Hieronymus Bosch (1450-1516, attribuzione), Il concerto nell’uovo (copia), olio su tela, 108,5×126,5, Palais des Beaux-Arts, Lille

Tra i vari tentativi di conciliazione della relatività generale e della meccanica quantistica, la teoria delle stringhe è senz’altro il modello più esaustivo e che, sebbene non dimostrato sperimentalmente, apre ad una serie di ipotesi esplicative di diversi fenomeni. Per essa, come per altre teorie della fisica, si è parlato da un certo punto in poi anche di “eleganza” e di “bellezza”, ovvero esse soddisfano a dei requisiti di spiegazione così efficaci e funzionali – un insieme complesso e diversificato di fenomeni chiarificato da un piccolo insieme di leggi universali –  da originare anche un senso di appagamento estetico di fronte a tale prodotto intellettuale (Greene, 1999). Essa nasce nel 1968 da un’idea del fisico teorico Gabriele Veneziano, l’applicazione della formula della funzione beta, escogitata nel XVIII secolo dal grande matematico Leonhard Euler (Eulero), per descrivere le interazioni nucleari forti. Modellizzando le particelle elementari nucleari come piccole stringhe vibranti unidimensionali, le loro interazioni possono essere descritte dalla funzione beta. Se le stringhe sono abbastanza piccole, sono assimilabili a particelle puntiformi, in accordo con i dati sperimentali, però esse, a differenza dei punti, vibrano in più dimensioni. Alcuni modi di vibrazione delle stringhe si sono riscontrati avere proprietà analoghe a quelle dei gluoni, le particelle mediatrici della forza nucleare forte, altri proprietà che attribuibili ai gravitoni, ipotetiche particelle mediatrici della forza di gravità. Le stringhe sono concepite come filamenti unidimensionali, simili a elastici infinitamente piccoli, delle dimensioni della lunghezza di Planck, così che sembrano puntiformi, e che vibrano continuamente (articolo).

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